Qual è lo scopo dei libri sulla scrittura?


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 10 ottobre 2022.

 

 

 

Un po’ di tempo fa ho letto un ebook dal titolo: “Come funzionano i romanzi”. L’autore è James Wood, mentre l’editore è Minimum Fax. Di libri di questo genere, dedicati alla scrittura, oppure a qualcosa di più vasto (i romanzi, e il loro funzionamento), ne ho già letti parecchi, e probabilmente continuerò a farlo. C’è un certo fascino (se vogliamo chiamarlo così) in queste letture. In questo caso l’autore non è uno scrittore che spiega il suo rapporto con le parole, come nasce un incipit, o cose di questo genere. O meglio: è uno scrittore, ma è soprattutto un critico letterario. In pratica, siamo alle prese con un tipo che “alza il cofano” della macchina della narrativa. Ci guarda dentro, e poi ne scrive.

Flaubert inventore del romanzo moderno

Chissà che cosa spinge a leggere questi libri. Perché in fondo la lezione che alla fine se ne ricava, da questo come dagli altri, è più o meno la medesima. Vale a dire: ciascun autore segue il suo metodo di lavoro, vale a dire se lo crea, e ciascuno deve “semplicemente” cercare il proprio, e poi procedere. Non c’è nulla di esportabile, o di replicabile, insomma.

Certo, può essere utile leggere questi libri perché aiutano a comprendere, al di là dell’apparente facilità della scrittura, che in un dialogo, oppure in una descrizione; oppure nella scelta di un aggettivo, non c’è nulla di casuale. O meglio: se c’è, c’è all’inizio, quando l’inesperienza ti fa piazzare gli aggettivi in modo molto generoso. 

Poi, in effetti, inizi a farci caso. O almeno, presti più attenzione a essi, e a certe sfumature che regalano alla frase. Scrivere, come si sa, è un apprendistato continuo.

Questo libro però parla anche di altro. Per esempio: definisce Flaubert il vero inventore del romanzo moderno, e gli argomenti che porta a sostegno di questa tesimi paiono convincenti. Ma scommetto che c’è almeno un altro libro, altrettanto autorevole, che afferma con argomenti altrettanto decisivi che l’inventore è stato Cervantes, o Dickens, o Geoffrey Caucher o ancora Henry Fielding. Appunto: se esiste un territorio dove ci sono in verità ben poche certezze, è proprio la letteratura. Eppure non facciamo altro che leggere determinati libri al solo scopo di schierarci, e poi affermare che la nostra parte è senza alcun dubbio quella che ha ragione. 

Ma ragione a proposito di che cosa, esattamente?

Lo sciroppo contro la tosse

In realtà questi libri hanno il grande pregio di fornire un punto di vista (ma non solo quello), da parte di persone che di certo hanno studiato, confrontato, letto e meditato. La qualità principale di essi non è nell’affermare questo oppure quello (anche se c’è un valore in queste affermazioni). Semmai è nella capacità di far vedere dettagli e sfumature in certi brani che noi non scorgiamo. È un po’ come prendere uno sciroppo contro la tosse. Non conosci gli ingredienti, ma se anche li conoscessi quasi di certo non ti direbbero nulla; eppure funziona.

Ecco, così accade con noi quando leggiamo. Non sappiamo bene che cosa contenga “lo sciroppo” (la storia); però funziona alla grande. Poi, incuriositi, si comprano certi libri e allora inizi a riconoscere alcuni ingredienti (ma non tutti). Non amo affatto parlare di magia quando di tratta di parole perché è troppo esoterico, come se chi scrive facesse parte di una loggia o di una setta particolare. Però di certo quando mi trovo con un Dickens, un Tolstoj oppure un Dostoevskij, ho la certezza quasi matematica di trovarmi alle prese con un tipo di uomo differente non solo da me; ma da tutti gli altri. Certo, c’è l’esperienza, il duro lavoro, e tanti altri dettagli pratici che questi autori possedevano. Compresa per esempio l’inclinazione a chiudersi in casa e a scrivere, anche se fuori è appena scoppiata l’estate (esatto: scrivere è roba da pazzi, ma pazzi autentici, non per modo di dire). 

A che cosa servono queste letture?

Eppure ho sempre avuto la sensazione che esistesse in queste vite un ingrediente segreto, qualcosa che avevano loro e solo loro. Non tocca certo a me dichiarare se io ce l’ho, e in quale misura. Ma lo trovo in King, Simenon e in tanti altri autori che ho letto e amato. Magari non con la medesima potenza; ma è palpabile.

Ma un libro come questo, che ho letto nel mese di giugno: a che serve? Soprattutto, mi serve?

Me lo chiedo sempre prima di acquistare questo genere di letture. L’ho trovato molto utile come un po’ tutti quelli che lo hanno preceduto. A dire il vero ci sono della parti sull’evoluzione del romanzo di questi ultimi decenni che non mi hanno colpito particolarmente. Essendo vecchio, questi sono argomenti che mi lasciano abbastanza indifferente. Puoi modificare il tuo modo di scrivere se sei giovane, e stai iniziando. Io però sono figlio del Novecento, e di quel preciso modo di raccontare le storie. Non saprei cambiare, e non mi interessa nemmeno cambiare. Trovo anzi piuttosto ridicolo certi atteggiamenti adottati per far credere di essere molto alla moda.

Se esiste qualcosa che da sempre è fuori moda, è scrivere storie. Lo era prima, quando gli analfabeti erano il 90% della popolazione; e lo è anche adesso, in un mondo dominato dalle immagini. Eppure credo che questo vizio dello scrivere durerà ancora per un po’, e al di là di certe declinazioni, certe “forme”, resterà sostanzialmente lo stesso. Con un inizio, uno sviluppo e una fine.

Forse si legge (e si scrive) proprio perché sentiamo la pressione del gregge. E allora ci mettiamo alla ricerca di un talento particolare che ci distingua, che ci faccia dire: “Vedete? io non sono come voi” (tradotto in italiano spiccio: “Sono decisamente migliore di voi”). 

Tuttavia per cantare occorre essere intonati (io sono stonato). Per suonare musica classica occorre avere denaro (le lezioni di piano o violino non sono economiche). Anche dipingere o scolpire non sono cose alla portata di tutti.

Resta la scrittura. La più economica forma di comunicazione, la più democratica, eppure la più violentemente antidemocratica. Perché se mi avvicino a un Tolstoj qualunque io comprendo al volo di essere alle prese non con uno scrittore come Bruce Marshall (scozzese), ma con qualcosa di decisamente superiore.

Ecco: lo scopo di questi libri è forse ricordarci che alcuni esseri sono superiori a noi.

18 commenti

  1. “Come funzionano i romanzi” di James Wood ce l’ho in lista. Anche io ho letto qualcuno di questi libri: non tu risolvono i problemi, sono letture interessanti, ma con pochi consigli da seguire.

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  2. Ho letto un paio di libri ma sono convinto che non abbiano alcuna utilità. L’unica che mi viene in mente è il desiderio dell’autore e dell’editore di convincere dell’utilità del testo, ma in realtà loro vogliono solo vendere.

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  3. Non ho nulla contro i libri sulla scrittura ma solo se sono scritti da qualcuno che scrive, mi irritano profondamente i libri scritti da gente che non ha mai scritto né un romanzo né un racconto e salgono sul pulpito a dire come si fa…

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  4. Non ho nulla contro i libri sulla scrittura ma solo se sono scritti da qualcuno che scrive, mi irritano profondamente i libri scritti da gente che non ha mai scritto né un romanzo né un racconto e salgono sul pulpito a dire come si fa…

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  5. Secondo me l’utilità di questo tipo di libri risiede nel fatto che l’autore ti aiuta ad affinare l’occhio sui tanti elementi che comunicano qualcosa al lettore. Ne ho letti fin troppi, questo è certo, ma solo in due o tre casi ho avuto l’impressione di avere perso tempo e denaro. Anche la sensibilità, come tutto del resto, può essere addestrata per fare meglio il suo lavoro.

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  6. Leggo raramente libri di questo genere – e sicuramente sbaglio perché forse mi insegnerebbero a non fare certe cose. Perché? Mi annoiano e spesso non aggiungono nulla a quello che a fatica stai facendo.

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  7. Sono sempre attratta dai libri sulla scrittura e accetto consigli anche da chi guarda dentro il cofano senza aver mai montato un motore. Per me sono come il miele o le ciliegie se preferisci. Non bastano mai. In ciascuno trovi un punto di vista, un suggerimento, una pratica scrittoria che forse potresti utilizzare oppure, per differenza, tenerti lontana dal praticare. Insomma, si fanno leggere. Ma si dimenticano anche in fretta.

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  8. Lo scopo dei libri sulla scrittura è sì, cercare un percorso da seguire, qualcosa che possa funzionare anche per noi. Si procede a tentativi, ma bisogna pur avere un’idea di quale sarà il prossimo tentativo. Ma credo anche che ci facciano sentire meno soli in questa follia della scrittura. Mi è capitato di leggere un metodo “disordinato-ordinato” quanto il mio e pensare “Ah ecco, non sono poi pazza!” 😀
    Il paragone con lo sciroppo per la tosse è mitico!

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