Chi scrive è un matto in cerca di altri matti


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 14 novembre 2022.

 

 

 

Qualche mese fa ho letto “Il mestiere dello scrittore” di Haruki Murakami. Preciso che di lui ho conosco solo il romanzo “Norwegian Wood”, e non l’ho trovato memorabile.
Ma l’occasione di dare un’occhiata alla “cassetta degli attrezzi” di uno degli autori più letti e apprezzati di questi ultimi anni era troppo ghiotta. Che cosa ci ho trovato dentro?

Strani animali

Siamo strani animali.

Ci ripetiamo che ogni autore ha un modo di scrivere, di vedere il mondo, di affrontare la scrittura, differente da chiunque altro. Quindi a rigor di logica questo è il tipo di lettura che potremmo tranquillamente tralasciare. Ma se esiste una sezione che viene costantemente dragata da lettori e quanti desiderano scrivere storie, è proprio questa. 

Per quale ragione leggere questo genere di libri? La curiosità, senza dubbio. In fondo la scrittura è un tipo di mestiere che prevede di starsene da soli molto a lungo (anche se si scrive seduti al bar coi clienti che entrano e escono). E cercare di capire come gli altri hanno affrontato questa faccenda fa piacere. Come scrive lo stesso Murakami: non c’è mai nessuno (be’, quasi mai) che dopo aver terminato un capitolo o il libro ti dica: “Bravo! Bel lavoro!”

Succede forse al falegname, ma a chi scrive no di certo. Al massimo va davanti a uno specchio e se lo dice da sé, accertandosi che nei paraggi non ci sia nessuno, o passerà per essere ancora più matto di quanto si creda.

Che cosa ho trovato in questa lettura (ho la versione digitale)? Diversi spunti interessanti. Ecco qualche esempio.

Murakami non gira affatto con un taccuino per prendere nota di che cosa lo colpisce. Affida tutto alla memoria, e se resiste al tempo, vuol dire che ha qualche valore e probabilmente merita una certa attenzione. Ed è il mio stesso metodo. Si è sempre un po’ meno matti se la pazzia è condivisa da almeno un altro essere umano, giusto? Tra l’altro ho sempre pensato che chi scrive deve fare una cernita, e quindi è inutile che giri con il taccuino (anche se tanti lo fanno, quindi per fortuna non è una regola). Dal momento che non tutto merita di finire sulla pagina, per quale ragione sprecare a mettere per iscritto quello che probabilmente, in un secondo momento, non merita nulla? Ma è un mio modo di vedere, certo. 

Il lettore-tipo

E il lettore-tipo? Quell’essere mitologico al quale occorre pensare prima e durante la scrittura, altrimenti sono guai (di che tipo, esattamente?)?

Lui confessa di avere scritto il suo primo romanzo senza nemmeno sapere esattamente che cosa facesse. Ignorava tutto dell’industria editoriale giapponese, delle varie correnti letterarie e mode che c’erano. Non ne sapeva nulla. Nemmeno conosceva le tecniche di scrittura, e cose di questo genere. E del lettore ne sapeva ancora meno. Aveva trent’anni, e gli piaceva scrivere, questo solo sapeva; e non mi pare roba da poco. Spedisce quindi quel romanzo, e vince un premio per gli esordienti. Senza sapere nulla di nulla.

Qualcuno potrebbe affermare che adesso non sarebbe più possibile? In realtà credo che sia possibilissimo. Se l’editoria ufficiale, quella con la “E” maiuscola, è gestita dalla follia, tutto il resto non gode di miglior salute. Pure l’autopubblicazione è minata dal germe della pazzia, ma ci illudiamo che facendo le cose “come bisogna farle” (ricerche di mercato per capire che cosa vuole il pubblico; il lettore-tipo, e via discorrendo),  abbiamo il pieno controllo di tutto. A volte accade che effettivamente tutto funzioni, e questo ci convince della bontà della nostra strategia; ma in realtà è solo un insieme di circostanze, abbastanza fuori dal nostro controllo, che ha deciso di premiarci.

Fine.

La scrittura è ancora una delle forme d’arte (anche se Murakami non si considera un artista) più economiche. Lo scultore ha bisogno di marmo o ferro, e non si tratta di materiali economici. Penne e risme di carta sono abbordabili, così come una macchina per scrivere (usata); o un computer (di seconda mano). È una forma di libertà che si dona a chiunque, e affermare che però bisogna fare così e cosà: mi pare una follia. Sì, ci sarebbero dei requisiti (hai letto almeno 400 libri?), prima di dedicarsi a scrivere; ma essendo alla portata di tutti, spesso questo fondamentale passaggio viene bellamente eluso, con conseguenze deprecabili.

La tecnologia poi permette a chiunque di autopubblicare quello che desidera. Il 90% di quanto troviamo su Amazon è spazzatura? Io sono un poco più pessimista; diciamo il 95%. E allora? Come se questo potesse uccidere la letteratura. Chi immagina che i brutti libri possano ammazzare la letteratura, non crede nella forza della letteratura. Anche se i brutti libri sparissero dalla faccia della Terra, certi ottimi libri resterebbero relegati a una nicchia. Robert Walser? E chi diavolo è? Thor Vilhjálmsson? È così che funziona e non c’è nulla da fare, sul serio.

Ma che cosa resta, alla fine, dopo aver concluso la lettura di un libro come questo?

Che cosa resta?

Forse resta la consapevolezza che se qualcuno vuole scrivere (sempre ricordando di leggere prima almeno 400 libri), questi libri permettono di capire che… È affar tuo. Murakami non spiega come scrivere dialoghi o descrizioni, nulla del genere. E questo è uno dei pregi di questo libro, proprio perché non possono esistere manuali che ti spiegano per filo e per segno come descrivere una persona, o l’arredamento di una stanza. E per un buon motivo: forse non serve affatto descrivere il personaggio, o l’arredamento della stanza. Ma devi essere tu a capirlo, a sceglierlo.

Vuoi scrivere? Accomodati pure, ma non puoi certo pretendere che da qualche parte qualcuno ti serva la pappa già pronta. 

È il tipo di lettura che ti conferma su un punto che, mi pare, passi inosservato. Vale a dire: scovare la tua voce, il tuo stile, il tuo sguardo è forse il lavoro più difficile da affrontare e lo devi fare da te. Certo, puoi scopiazzare dai tuoi autori preferiti, e lo farai certamente, agli inizi. Ma alla lunga comprenderai che il tuo lavoro è anche scovare il tuo stile, quel modo tutto particolare capace di renderti unico e distinguerti da tutti gli altri.

Forse uno scrittore non è altro che una persona che ha portato a termine il lavoro più difficile: essere unico. Ecco perché chi scrive è un matto, che non rifugge troppo dalla compagnia di altri matti come lui.

8 commenti

  1. Ciao Marco, vedo che prosegui la tua ricerca di pratiche scrittori e ispirazioni, di questo avevi già parlato se non sbaglio o forse in qualche commento. Comuqnue. Un tempo pensavo che la memoria fosse un buon metodo per selezionare le cose importanti. Ma poi, sarà che invecchio, mi sono accorta che perdevo moltissime idee se non le appuntavo. Ho molti taccuini, su cui annoto ciò che mi viene in mente e quando a distanza di tempo rileggo mi sorprendo di tutta la ricchezza di cui non ricordavo nulla e che avrei disperso senza annotarla!

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  2. «Ma io non voglio andare fra i matti», osservò Alice.
    «Be’, non hai altra scelta», disse il Gatto «Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.»
    «Come lo sai che sono matta?» disse Alice.
    «Per forza,» disse il Gatto: «altrimenti non saresti venuta qui.»
    La mia citazione preferita da Alice nel Paese delle Meraviglie 😉

    Guarda, ci ho provato a fare senza il taccuino (che poi è simbolico, mi basta carta e penna, o uno scontrino lungo, o la parte interna di una scatola aperta) ma devo per forza scrivere al momento. Anche solo una bozza su Gmail, ma salvare subito. Non posso far affidamento sulla memoria. Il peggio sono le idee sotto la doccia, rischio di perderle il tempo che m’asciugo e mi vesto. Scappo fuori dal bagno e fortuna che lo studio è subito lì. 😀
    Quel saggio di Murakami ce l’ho ma ancora non letto. Mi è piaciuto moltissimo L’arte di correre, e anche là c’erano parti sulla sua vita con la scrittura. Ma non ho ancora letto un romanzo, e ce li ho pure tutti dentro il Kobo…

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