Molto personale e nulla di clamoroso


 

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 2 gennaio 2023.

 

 

 

 

Dopo così tanti libri (sto parlando dei miei, naturalmente), ho gettato uno sguardo sulle peculiarità della mia scrittura. O meglio: ci ho provato, ma come si può intuire non è semplicissimo. C’è un proverbio che parla dell’occhio del padrone che ingrassa non so bene che cosa (il bue?). Di certo si tratta di uno sguardo benevolo (mentre il bue della situazione, vale a dire la mia produzione libresca, non è che stia spopolando).

E che cosa ne ho ottenuto da queste mie elucubrazioni?

Il solito bastian contrario

Per prima cosa ho tentato di vedere quanto la mia scrittura sia distante dalle “raccomandazioni” che si leggono in giro a proposito di come si deve scrivere una storia affinché possa riscuotere un certo successo. 

Per esempio.

Si dice e si scrive un po’ dappertutto che in un romanzo è indispensabile il cattivo della situazione. L’antagonista insomma. Dopo che si è lanciato un programma di videoscrittura come Bibisco o Scrivener è necessario (o meglio: altamente raccomandato), indicare il protagonista, l’antagonista, e quindi la posta in gioco. Oppure, la minaccia che mette in pericolo il mondo del protagonista. 

Ma dove lo trovo, l’antagonista, nei racconti della Trilogia delle Erbacce? Mah! Forse è quell’entità sfuggente che si chiama “società”? Come dici? Quelli sono racconti e non romanzi? Diavolone, non ti sfugge proprio nulla, i miei complimenti.

E oltre a questo, è bene aggiungere e ricordare che i racconti non si devono scrivere, perché non li vuole praticamente nessuno. O forse, sono io che non sono stato in grado di promuovere in modo adeguato le mie opere. 

E nel romanzo “L’ultimo dei Bezuchov”, dove si cela il cattivone di turno? E in quello dal titolo “L’ultimo giro di valzer”, scritto a quattro mani con la scrittrice Morena Fanti? C’è qualche antagonista cattivo che mette in difficoltà il protagonista?

Nei tre romanzi di “Stella Nera” poteva esserci. Anzi, c’era: Franz prima, e William dopo. Ma con gli eroi non si incontreranno mai, anche se avevo programmato un incontro tra William e Davide (poi per fortuna ho lasciato perdere quel capitolo. L’ho scritto, ma resterà inedito per sempre).
Forse è per questo che le mie storie non hanno molti lettori. Perché ormai ci si attende un bel cattivone (come Sauron ne “Il Signore degli Anelli”), mentre io non lo metto affatto; oppure se per caso lo faccio, poi evito che l’eroe e l’antieroe si incontrino. 

Sarà così anche nella nuova storia? Al momento non sono ancora in grado di rispondere, ma direi proprio di sì. Si tratta del mio marchio di fabbrica, e liberarsene non ha molto senso. Per approdare a che cosa, poi?

Ma il nocciolo del problema credo che sia altrove. Probabilmente a me sta stretto che in una storia sia presente il cattivo e che questo debba confrontarsi con il buono della situazione. Preferisco scrivere delle storie dove non ci sia un antieroe negativo, l’antagonista insomma. O meglio, ci può essere, ma la sua strada, e quella del buono della situazione, di solito non si intrecciano. 

A me pare un modo di affrontare una storia decisamente più interessante perché lascia una maggiore libertà. Non c’è nessun Ethan Hunt (l’eroe della serie cinematografica “Mission Impossible”) che di volta in volta deve sconfiggere il cattivo di turno. Ma esiste almeno un altro problema.

Ritorno al futuro

Un po’ di tempo fa mi è capitato di rivedere “Ritorno al futuro”. Bene. 

Chi si ricorda dei primi minuti? Dell’inizio insomma. Probabilmente ben pochi, ma posso garantire di essere rimasto sbalordito. Per quasi tre minuti la telecamera si sposta in un ambiente pieno di orologi. Poi inquadra un tostapane che espelle due toast bruciati. Quindi ecco un braccio meccanico che afferra una scatola di cibo per cani, la porge a un aggeggio che la apre, quindi la ruota e rovescia il contenuto in una ciotola ricolma di cibo per cani (non c’è nessuno in quella casa da giorni). E a parte la televisione che si accende e riporta del furto (smentito dalle autorità) di plutonio non c’è nessuno. Quasi tre minuti senza una persona, senza nulla, solo il ticchettio degli orologi e poco altro. Un modo così “lento” di aprire un film appare preistoria, al giorno d’oggi. Adesso Spielberg e Zemeckis (produttore e regista della pellicola), lo realizzerebbero in modo differente? O era voluto quell’inizio così calmo? Difficile rispondere, mai io credo che lo fosse. Che ci fosse uno scopo ben preciso e che questo doveva essere perseguito, anche se questo significava correre qualche rischio. 

Poi, il resto del film è spumeggiante, sia chiaro. 

Che cosa voglio dire con tutto questo?

Molto personale

Che la scrittura di una storia, il modo scelto per pianificare ogni suo aspetto è molto personale, naturalmente. Adattarsi a che cosa va per la maggiore richiede anche una certa flessibilità e una predisposizione che non tutti hanno (o non tutti vogliono avere). A questo occorre aggiungere anche un altro dettaglio: una storia, breve o lunga che sia, è come un abito. Deve (anche) piacere a chi lo disegna, taglia e infine cuce. Mi torna alla memoria che cosa fece l’editor con i racconti di Raymond Carver. Sì, gli regalò il successo, la fama; ma in quei racconti lo scrittore statunitense non si riconosceva. Ecco perché anni dopo furono pubblicati nella forma voluta da Carver, senza i tagli di Gordon Lish. Possiamo affermare che senza Gordon Lish forse Carver non avrebbe mai avuto il successo che ebbe; oppure lo avrebbe avuto dopo. O mai? Non costa nulla affermarlo, e proprio per questo mi pare superfluo cercare di controbattere a una tale affermazione. Il mondo dell’editoria è talmente folle che diventa praticamente impossibile assumere una posizione certa.

In conclusione?

Già, la conclusione.

Ho esordito affermando che avrei riflettuto sulle peculiarità della mia scrittura, e ho terminato parlando di un vecchio film degli anni Ottanta. Difendendo di fatto il mio modo di raccontare le storie; e cos’altro avrei dovuto fare? Annunciare la rivoluzione? Niente di tutto questo. Anche se sono persuaso che l’evoluzione nella mia scrittura c’è stata, e non riguarda solo gli aspetti più evidenti (forse una scrittura più appropriata? Più esatta e forte?). E forse questa evoluzione la si vedrà anche nel prossimo romanzo (nel 2024, verso la fine. Quindi non trattenere il fiato). Ma non sarà nulla di clamoroso. L’autopubblicazione ha tanti vantaggi, e tra questi spicca quello che ti permette di seguire la tua idea, nel corso del tempo, senza badare al riscontro che hai. E se i lettori sono pochi: pazienza. Che cosa importa: la tua idea o altro? E cosa sarebbe poi, questo “altro”?

13 commenti

  1. Lo sapevo che non avresti rinunciato… 🙂 ne sono contento… :):)
    È vero quanto dici: i racconti brevi sono “istantanee” per cui non hanno necessità di un “cattivo”; la struttura dei romanzi è differente, costruirli in forma tradizionale li rende di certo più appetibili dal grande pubblico.
    Ho letto recentemente che dipende anche dal modo con cui il nostro cervello elabora e produce storie: conflitto, vittima, cattivo, eroe sono coordinate chiave sotto certi aspetti. Sarà per questo che i racconti brevi “intrigano meno”, perché ti obbligano a elaborare di più, sono meno “fast food” editoriale.
    Fai assolutamente bene a scrivere quello che senti, è il vantaggio dell’autore indipendente. L’anno scorso ho assistito a una presentazione di un autore a livello nazionale che mi piace molto e scrive per una primaria Casa Editrice. Ha avuto l’onestà di ammettere che il libro gli era stato richiesto dall’Editore con precisi e ristretti vincoli di lunghezza di battute per rientrare in una determinata collana.
    Buon lavoro, allora!

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  2. La corsa alla velocità (!) si è sicuramente imposta sempre di più negli ultimi anni, perciò immagino che l’inizio del film sarebbe stato tagliato senza pietà. Non mi piace, ma è un problema che riconosco anche in me stessa, per esempio nella pazienza nei guardare i video. A prescindere dal mio interesse (se non mi interessano non li guardo), dopo una decina di minuti scarsi inizio a scalpitare. Sul fatto che serva un “cattivo” nelle storie non sono molto d’accordo, né lo sono i maestri di scrittura creativa, per quanto ne so. Serve un conflitto, questo sì, ma cosa sia a incarnare la negatività è lasciato all’autore. Che magari poi non vende una cippa. XD

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  3. Bene, bene, bene, c’è un progetto per il 2024. Lo sapevo che stavi solo bluffando quando annunciavi di smettere di scrivere, tutta pubblicità vero?! 😛
    Poi: non è vero che deve esserci un antagonista “fisico”, ma se proprio vogliamo anche nei tuoi racconti c’è un “cattivo”, ed è il destino. Almeno, nella Trilogia delle Erbacce (faccio parte di quella ristretta nicchia che si è letta i tuoi racconti) è il destino infame a mettersi di mezzo alle vite dei protagonisti. Il destino, o il caso, chiamalo come vuoi, quella roba lì.
    Su Ritorno al futuro: certo che quella scena è voluta! Il tempo che scorre lento in contrapposizione con la velocità della DeLorean alle 88 mph (miglia orarie, che convertite sarebbero i nostri 142 kmh… li ho fatti anche stamattina, ma niente salto nel futuro 😛 ) Tutti quegli orologi per l’ossessione del tempo e la persona che vive nella casa è in ritardo… Quella scena è perfetta! Ma non è vero che nei film di oggi non ci sono scene lente, ci sono eccome, anche nei film d’azione. Andiamo talmente veloci che proprio le scene lente sottolineano il momento più importante. Sta nella bravura del regista farlo comprendere al pubblico.

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