Il tono di voce di chi scrive


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 16 gennaio 2023.

 

 

 

 

Il tono di voce di un autore, il suo tratto distintivo, è qualcosa di importante anzi: di essenziale. Si raccomanda, per esempio, di imbastire la propria strategia di promozione anche e soprattutto su questo elemento. Inutile aggiungere che questo è un terreno insidioso, ma non nel senso che pensate tutti voi.

Il problema di un simile argomento è che a un certo punto ti scappa di mano. Sul serio. Letteralmente. 

Che cosa intendo dire? 

Da dove nasce

Purtroppo per cercare di spiegarmi devo fare un esempio che avrà come protagonista il sottoscritto. E non potrebbe essere altrimenti. Ma prima, una specie di precisazione.

Il tono di voce di chi racconta storie, il suo stile, è ovviamente il risultato di diversi fattori. Letture (tante letture) per cominciare; e poi il suo passato scolastico più o meno prestigioso (se ce l’ha, ma non è detto che poi abbia chissà quale influsso). E infine le esperienze, il vissuto come dicono quelli bravi. Ma probabilmente ci sono anche altri elementi, magari minuscoli, che conducono alla creazione di quel tono di voce che fa dire agli altri: “Ah! Ma questo lo riconoscerei tra mille!”

Poi che cosa succede? Che esiste il rischio di “spiegare” agli altri come sviluppare il “loro” tono di voce, ma non solo partendo dalla propria esperienza (e ci potrebbe stare). Ma ponendo la propria esperienza come fine, anzi come insegnamento ed esempio da seguire. Il che è un errore piuttosto evidente. 

Quello che si può affermare è che se vuoi scrivere, devi sì trovare il tuo tono di voce, il tuo stile. Ma è affar tuo, e basta. Chiunque ti consigli indicandoti “cosa fare”; o “come muoverti” probabilmente sta osando una forzatura. Lo stile, come ho scritto all’inizio di questo articolo, è l’elemento che spinge le persone a preferire magari il sottoscritto a un altro. Oppure, che le induce a scegliere pure me accanto a Charles Dickens (il quale, mi dicono in questi istanti, sarebbe uscito dalla tomba di Westminster e starebbe arrivando di corsa presso la mia abitazione con un nodoso randello, indignato di essere stato affiancato al sottoscritto).

Un questione di incipit

A un certo punto accade che, scrivendo, ti ritrovi tra le mani qualcosa di tutt’altro che perfetto poiché ci vedi ancora delle influenze (le letture), oppure delle debolezze. 

Ma non è più qualcosa di anonimo o uguale a quanto si scova in giro. È come se le tue parole avessero acquisito un “taglio”, uno sguardo, che è tuo e di nessun altro. Per esempio.

L’incipit di “Stella Nera” avrebbe potuto essere qualcosa del genere:

“Negli anni Ottanta quando la vita era genuina e una stretta di mano era un impegno d’onore, viveva a Savona in via dei Sansoni una vecchia tedesca dal passato oscuro e minaccioso”.

Invece no. Ho scritto:

“La crucca era morta: alleluia”.

E poi si procede.

 

Di certo ci sarà qualcuno che affermerà che il primo incipit (che ho scritto ora per l’occasione), era formidabile. Ma sulla Rete puoi scrivere qualunque cosa e poi il suo contrario dopo dieci minuti, e troverai sempre qualcuno che lo apprezzerà. 

D’altra parte il vero incipit di “Stella Nera” potrebbe non piacere a un sacco di persone, che lo troverebbero magari ostile, divisivo, o brutale, o semplicemente troppo brutto. 

Benissimo! 

Ma se trent’anni fa potevo scrivere quell’incipit lungo, era perché non avevo ancora elaborato il mio stile. Che invece potete apprezzare, oppure detestare, qui:

“La crucca era morta: alleluia”.

Ci sono io in quella frase, e pure nel resto si capisce. Qualcuno ha scritto che dopo Balzac gli scrittori hanno solo cercato di allontanarsi da lui; perché scriveva tutto. 

Chi racconta storie deve invece allontanarsi dalle proprie letture. 

Però mi sono anche domandato: “Come sono arrivato a questo stile?”. 

Certo, si tratta di una questione di lana caprina, questo è evidente anche ai sassi. Chi diavolo può essere interessato a capire come è nato lo stile di un vecchio e oscuro autore indipendente ligure? Ben pochi. Ma è interessante anche per misurare la possibilità di una eventuale evoluzione. Qualcuno potrebbe farmi notare che se si continua a scrivere, come sto facendo, l’evoluzione c’è eccome. Il che è corretto, ma non è esattamente quello che mi interessa.

Da dove nasce?

Non si può indicare con precisione quando a un certo punto ho costruito il mio percorso, la mia strada. Credo di poter affermare che qualcosa si intravede nei tre racconti di “Insieme nel buio”. Lì ci vedo parecchio debiti nei confronti delle mie letture, ma qualcosa di muove, come si dice.

Ecco, se dovessi indicare la data di nascita del mio stile, più completo e compiuto, forse anche maturo benché non completamente, indicherei la raccolta di racconti “Cardiologia”.
Credevi che avrei scritto “Non hai mai capito niente”? 

A me pare che proprio in “Cardiologia” ci sia più nitido che mai il mio tono di voce, lo stile di Marco Freccero. Prima mi sentivo ancora troppo legato a Raymond Carver. Ammesso che a qualcuno interessi: quindi?

Come si sa in questo 2023 non uscirà nulla da parte di Marco Freccero (quanto mi piace parlare con questa voce ufficiale, quasi che fossi l’ufficio stampa di me medesimo). la prossima storia, un romanzo, vedrà la luce solo verso la fine del 2024. E mettendomi a scrivere l’inizio, mi sono anche domandato, visto la nuova sfida, se e come lo stile, la mia voce, si adegueranno. Cambieranno. Non credo affatto di poter fare una rivoluzione, di stravolgere la mia scrittura. Tuttavia mi sono anche domandato se questo modo di raccontare la storie, che si è visto in “Stella Nera” sia adatto anche al mio prossimo romanzo. 

“Stella Nera” era ambientata negli anni Ottanta, mentre la prossima storia è dentro ai nostri giorni (non proprio “questi” giorni. Qualche anno fa). Questo non dovrebbe comportare qualche novità? Questo mondo è diverso da quello di allora, in modo radicale. E se butto un’occhiata a tutto quello che ho scritto, è come se mi fossi tenuto sulla soglia, osservando.

Si può osservare? Detto in modo ancora più schietto: è possibile raccontare una storia del XXI secolo con una struttura mentale (la mia) che si è formata su storie del secolo scorso? Su un mondo che di fatto non esiste più?

Certo, possiamo dire che i grandi interrogativi dell’umanità sono sempre gli stessi. Ma la questione era un’altra: vale a dire come raggiungere le persone di oggi, lettori o lettrici che dir si voglia, con una storia efficace, che parli sul serio a essi. Che non sentano interessante ma un po’ distante, figlia di un tempo ormai defunto in maniera definitiva.

Il bello di tutta questa tiritera, è che io non ho alcuna risposta al momento. Esiste insomma il rischio (?) che alla fine troverete un romanzo “solito”, da parte del “solito” Marco Freccero. 

5 commenti

  1. Risposte su questioni del genere non se ne trovano mai; non definitive, almeno. Secondo me scrivere per il blog è molto utile per scoprire la propria voce, perché ci si abitua a scrivere senza la pressione della storia, in modo più spontaneo. Diverso è se si ha l’intenzione di “inventare” uno stile perché lo si ritiene migliore. Questo mi ripugna abbastanza, ma quando si parla di cose naturali e artificiali io sono molto prevedibile… 🙂

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