Non troppi dettagli, mi raccomando!

(…) i dettagli, anche molto interessanti, affaticano l’attenzione.

 

Lo scrive Čechov. Un po’ tutti sappiamo che i dettagli, nel lavoro di un falegname, o di chi scrive (che poi non c’è tutta questa differenza), sono importanti.

Uno dei miei difetti di un tempo (adesso per fortuna sostituiti da altri, più nuovi e sottili), era lasciarmi andare a lunghe e dettagliate descrizioni.

Capita quando si crede che lo scrivere sia metterci tutto, proprio tutto. Quasi che lasciare fuori qualcosa possa compromettere l’equilibrio della narrazione.

Lo scrittore russo ci ricorda invece che anche per ragioni fisiche, i dettagli possano affaticare chi legge.

Esatto, le sue sono linee guide, ma conviene seguirle. No, non sono ingredienti precisi. Non si tratta di preparare una crostata. Quali sono i dettagli da mettere, e quali da lasciar fuori, è una bella domanda.

È una questione che deve risolvere il singolo, e nessun altro. Se vuoi la bicicletta, non puoi chiedere che alla prima salita subentri un altro al tuo posto.

So ben poco; ma spesso la profusione di dettagli risponde più all’esigenza infantile di dimostrare che si ha padronanza della lingua, mentre invece occorrerebbe averla della storia.

Certo: la letteratura offre abbondanti esempi di autori che si sono lasciati andare, e hanno riempito le pagine di dettagli.

Che però ci annoiano, anche se magari sono frutto del nostro autore preferito.

La domanda è: ci annoiano perché sono inutili, oppure perché nel XXI secolo non amiamo più un certo modo di narrare? L’incipit de “I promessi sposi” è lento e Manzoni ha preso una cantonata, oppure noi siamo ormai abituati a una scrittura che vada al sodo?

Spiacente. Ogni storia ha i suoi problemi e le soluzioni sono da qualche parte al suo interno. Occorre pazienza, silenzio e attenzione. Qualunque altra indicazione temo che sia del tutto arbitraria.

La separazione

Ogni volta che il narratore onnisciente adotta lo stesso linguaggio dei personaggi, un’opera narrativa perde tensione e cala di tono.

 

Lo scrive Flannery O’Connor. Si tratta di quel tipo di frasi che di solito si leggono, e poi mesi dopo, si rileggono e ci si rende conto che contengono parecchia verità. Sembra essere una questione da poco, ma è una delle ragioni che separa uno che sa scrivere, da uno scrittore.
La voce di chi racconta e dei protagonisti deve essere differente. Ovvio?

Non credo. Il linguaggio dei bambini non può certo essere come quello degli adulti, (ma pochi se ne rendono conto, o meglio: pochi si prendono la briga di adottare un altro linguaggio), e uno degli aspetti più difficili da rendere sulla pagina è proprio il mondo infantile.

Charles Dickens, o Stephen King, sono tra coloro che ci sono sempre riusciti bene.

E io, ci sono riuscito? Temo di no, ecco il motivo grazie al quale nessuno si dimostra davvero entusiasta di quello che produco. Avere una buona scrittura non è sufficiente, anche se è uno dei pregi che la pagina deve avere.

Scrivere è un altro paio di maniche.

Riuscire a separare se stessi, dalla materia che si è chiamati a lavorare, è un’impresa titanica. Forse è per questa ragione che nessuno ci bada. E così si ritiene che non esista affatto questo problema. Ma ignorare una cosa non rende quella cosa meno importante, oppure inesistente.

E se dovessi indicare come riuscire in una tale separazione, ebbene, non sarei in grado di fornire un consiglio adeguato.

Leggere? D’accordo, ma qui è necessario dell’altro. E questo altro (il talento) non si può rubarlo dai libri. O ce l’hai, oppure no.

 

 

La voce del narratore

Interessante notare come Tolstoj abbia avuto con i suoi romanzi un rapporto che definire complicato, non rende bene l’idea. Sembra infatti che li abbia spesso ripudiati.

“Guerra e Pace”, “Anna Karenina”, non erano storie riuscite, a suo dire. Ennesima dimostrazione di come un artista non sia affatto una persona che sa, conosce, in dialogo quotidiano con le Muse.

Bensì una persona che si interroga, pensa, studia, riflette. E spesso è insoddisfatto.

Buona parte dei critici concorda nel ritenere la produzione “minore” di Tolstoj essenziale per comprendere il suo cammino di scrittore. Per “minore” si intende le fiabe, i piccoli racconti, gli scritti sociali o politici.

Erano il suo modo per cercare un modo nuovo di scrivere. Dove la voce del narratore fosse finalmente assente, e parlassero i fatti. Come succedeva nei romanzi di Dostoevskij, dove ciascun personaggio aveva una voce distinta, e soprattutto lontana da quella del suo autore.

Esatto, il celeberrimo cammino dello scrittore. Uno dei motivi per cimentarsi anche con situazioni nuove, è che in questa maniera si comprende la propria forza. Non è detto che si debba a ogni costo scrivere di tutto, passare perciò da un genere all’altro.
Alcuni ci riescono, altri lo fanno con risultati discutibili.

L’impegno che la scrittura richiede è spesso sottovalutato. Viene il momento nel quale, se non si è diventati troppo schiavi dei salotti, ci si chiede il senso dello scrivere. Del modo scelto per farlo. È quello giusto? Oppure no?

Tolstoj ebbe per Anna Karenina parole durissime. Non era soddisfatto di nulla. Detestava probabilmente se stesso, quel se stesso che si infilava un po’ dappertutto, mentre lui avrebbe desiderato restare dietro le quinte.

Vero. Forse è meglio scrivere e basta. Non infarcirsi la testa di problemi e quesiti. Ma come si fa?

 

Il correttore di bozze di Tolstoj

Chi era Nikolaj Strachov? Di certo era russo (non ci vuole molto a capirlo, giusto?), e a questo aggiungiamo che era un critico. Visse nell’Ottocento. Era amico di Tolstoj. Correttore di bozze di Anna Karenina.

Correttore di bozze? 

Già. Uno dei maggiori scrittori di tutti i tempi, non solo ascoltava il parere della moglie a proposito di Guerra e Pace (e non si limitava all’ascolto), ma aveva anche qualcuno che gli correggeva le bozze.

Se qualcuno pensa ancora che il proprio testo è perfetto, intoccabile, e quindi inviolabile, è servito.

Al di là di una certa idea che si ha della scrittura (che è un mestiere solitario: vero), chi si getta nell’avventura si rende presto conto, se ha un po’ di buonsenso, che non è una creatura distaccata dalla realtà. Anzi; chi scrive nella realtà c’è eccome, c’è persino troppo.

Non è importante questo. L’aspetto interessante è un altro, e riguarda la costruzione del romanzo.

Vale a dire: se chi scrive si avvale di consigli, correzioni e sguardi “estranei”, davvero è lui il demiurgo? Certo, scrive, passa giorni, mesi o anni sulla storia. Ne è l’artefice. L’estrae, e la consegna al lettore.
Grazie al suo talento riesce a costruire qualcosa che prima non c’era e non ci sarà mai più.

Certo, la replica potrebbe essere che si tratta di dettagli, basta scrivere. Ma se Tolstoj, o altri come lui, si ponevano la questione, per quale motivo chi prova malamente a fare qualcosa di simile, dovrebbe fare spallucce?

La scrittura non è un esercizio che ha come scopo quello di inserire buone parole su una pagina. Credo anche che non debba “incantare”, ma semmai svegliare. Disincantare, esatto.

Il testo deve essere efficace e di valore, perché in questa maniera si arriva a scrivere qualcosa che prova a dare del tu all’arte.

Anche per questo motivo si arriva a riflettere sulla scrittura, su dove stanno le storie, su come raccontarle. Si crede per esempio che uno scrittore sia una creatura che sa tutto, ha le idee chiare e procede. Falso. Sarebbe sufficiente avvicinarsi proprio a Tolstoj per capire come questo scrittore russo avesse un rapporto difficilissimo con le opere che gli diedero il successo.

Per essere onesti bisogna tradire

Se scrivere è comunicazione (e di che cosa si tratta altrimenti?) molti per ingenuità credono che “comunicare” significhi “informare”. In realtà non è affatto così.

Quando per esempio trovo scritto:

Prese in mano le redini del suo destino. Si alzò e uscì dall’ufficio.

Capisco che c’è qualcosa che non gira a dovere. Chi ha scritto questo, ha guardato troppa televisione. Non solo: si tratta di un errore perché costui o costei immagina di comunicare, mentre in realtà è solo informazione. Ma per questa da un po’ di tempo esistono giornali e riviste, e anche se il loro lavoro spesso non è eccelso, perché rubare il loro mestiere?

Soprattutto, crede che comunicare sia prendere i luoghi comuni, e propinarli. In questa maniera, costui o costei immagina che il lettore o la lettrice si troveranno a loro agio. Sarà impossibile che non apprezzino lo sforzo compiuto per farli sentire a casa propria.

Infatti apprezzeranno. Su questo non ci sono dubbi. Si legge di tutto, soprattutto oscenità. Al pubblico piace leggere ovvietà. In questa maniera, crede che sia tutto sotto controllo, che ogni evento sia comprensibile e gli si possa appiccicare una etichetta.

E che non ci siano mine vaganti.

L’aspetto che pochi comprendono, è che comunicare è anche partecipare. Non nel senso che si ritiene, vale a dire: ti informo così sai. Certo, se si guarda all’etimologia della parola comunicare ci si rende ben conto che il suo senso è far sapere.

Però.

C’è una bella differenza tra un giornale e una storia. Tra una lingua che copia dal parlato, e una lingua che va a caccia di una preda. La prima, scrive tutto perché è persuasa che solo in questa maniera si riuscirà a essere “fedeli” alla storia.

La seconda, procede per sottrazione, perché è tradendo la realtà che la storia sarà efficace, di valore e onesta.

Certo, tradire ed essere onesti sembra inaudito. A chi scrive ormai si chiede di aderire alla realtà, di farne parte e di schierarsi. Di raccontarla in modo da denunciare.

Come diceva Raymond Carver, uno scrittore deve essere bravo, non utile.

Ma in pratica, come si fa a tradire restando onesti?

Uscì dall’ufficio senza un saluto.

Almeno non c’è il solito luogo comune delle redini, del destino e via discorrendo. E poi: quanti sanno cosa sono le redini?

Attrarre il lettore, non metterlo in fuga

D’accordo, si deve correggere. Alla fine questa pratica appare convincente. Però viene il momento di passare alla fase due. Vale a dire: correggere! E come diavolo si fa?
Il rischio di imporre una propria particolare visione esiste eccome. La teoria è meravigliosa, la pratica pure, ma ha questo di potenzialmente dannoso: che rischia di farci entrare nel mondo di chi scrive come un elefante in una cristalleria. Sono in molti infatti a dire “Si fa così”, oppure “Devi scrivere cosà”. Continua a leggere