Se Tolstoj avesse guidato una Bugatti

Molte persone giudicano certe storie (romanzi o racconti che siano) in base a un semplice criterio. Devono finire. 

Non sono certo un critico letterario, ma so che la letteratura non sbuca all’improvviso, né è il prodotto di un altro pianeta che sbarca non invitato tra noi.

Siccome è la fotografia, diciamo così, del mondo che raffigura, ne è anche il frutto. Non può far finta di nulla e ignorare per esempio le trasformazioni che si verificano.

Adesso affermerò che l’elemento che più di altri ha forgiato il nostro secolo è… L’automobile. Si tratta di una follia? Sono completamente matto? Può darsi.

Certo, di storie bizzarre, che finivano in maniera strana, o non finivano affatto, la letteratura ne ha avute. Spesso i finali erano del tutto convenzionali: a un certo punto bisogna mettere la parola “Fine”, e così sia.

Ma la grande rivoluzione del XX secolo è stata l’automobile. Cinema e canzoni hanno celebrato il mito della strada. Poteva la letteratura non esserne influenzata? E nel viaggio non è importante la destinazione, ma andare.

La conseguenza: quando si narra, spesso diventa irrilevante mettere la parola “Fine”. Questo perché il mondo è cambiato, la gente si sposta, va, e chi scrive viene influenzato anche dal mondo che gli sta attorno.

Nei romanzi di Dostoevskij e Tolstoj c’erano carrozze e treni. Ma quanto sarebbero diverse le loro storie se ci fossero state motociclette e automobili? E se pure essi avessero subito l’influenza della strada, che ci è arrivata dagli Stati Uniti? Se Tolstoj avesse guidato una Bugatti? Quanto diventa importante (o meglio: potente) la società, quello che ci sta attorno, quindi la tecnologia, per chi scrive?

Tornando a parlare di Esiodo: lui scriveva in una società agricola, e il suo mestiere era quello dell’agricoltore. Viveva di quello.

L’idea che chi scrive viva in una specie di “bolla”, riceve così un ennesimo colpo; non credo sia definito, ma insomma. Che si “ritiri” per osservare, mi sembra doveroso perché non tutto merita di finire sulla pagina. Quindi è bene scegliere, e farlo con la massima attenzione.

Alla fine non è essenziale trovare (o mettere) la parola fine. Ma capire se chi scrive ha davvero svolto bene il proprio mestiere. Certo, questo vuol dire tutto e niente perché chiunque può affermare di aver lavorato bene. Anche se scrive come una capra.

Se il modo di raccontare è cambiato radicalmente (perché l’Iliade esordisce con un “Cantami o Diva”? Esatto, perché si cantava), e si è passati per esempio da una letteratura “didascalica” (che doveva insegnare al lettore), alla nostra (dove un autore deve essere “solo” bravo, non utile), occorre che il lettore faccia una sforzo.

Capire se la storia ha valore ed è efficace. Non limitarsi a dire: “Eh, ma non c’è il finale”.

 

Ma scrivere storie resta difficile

Ovvietà: se pubblicare è diventato facile, anzi facilissimo, scrivere buone storie resta difficile.

Buona parte di chi scrive è ammaliato dalla prospettiva di farlo come un lavoro. E non si tratta di pazzia, ma di un risultato quasi inevitabile, che negli ultimi anni ha “ridotto” il ruolo dello scrittore a quello di impiegato della cultura.

Costui o costei gira per le librerie, va nelle radio, nelle trasmissioni televisive. Sì, è in questo modo che ci si fa conoscere, e inoltre il lettore vuole vedere da vicino l’autore di quella storia. Saperne un po’ di più. Sbirciare nella sua officina. Tutti vorremmo gettare un’occhiata alla scrivania di Cormac McCarthy. Quasi sicuramente la delusione ci coglierebbe, ma non importa: entrare in quel luogo e guardare non ha prezzo.

Esiodo, lo scrittore greco vissuto nel VI secolo a.C. (se non ricordo male), lavorava il suo podere. E scriveva. Anzi: era dal lavoro che traeva ispirazioni per il suo lavoro. Certo, c’è stato qualche cambiamento rispetto ad allora.

Quello che è bene tenere a mente è che scrivere non può mai essere un esilio dalla realtà. Chi scrive c’è immerso fino al collo, è il lettore semmai che ha la testa sommersa da sceneggiature di Hollywood, e deve essere ricondotto coi piedi per terra.

Lo stesso vale per chi scrive o vorrebbe farlo, oppure lo fa. Applicare al proprio mestiere la medesima disinvoltura e mancanza di profondità che esiste nella narrativa odierna, può apparire astuto. Ma è come coloro che protestano contro le banche e poi chiedono all’autore di essere “utile”. Di scrivere per “educare”.

Hanno assimilato l’ideologia delle banche, e nemmeno se ne rendono conto.

La faccenda credo che si possa risolvere solo se si comincia a riflettere su che cosa sia una storia. Anche questa potrebbe apparire un’ovvietà, e il mondo è pieno di definizioni su questo punto.

Una storia (così come un individuo) non è un insieme di idee, di emozioni. E dappertutto ci sono proprio idee ed emozioni che oltre a essere distanti dall’individuo, non hanno a cuore la storia, ma il pubblico.

Che cos’è il pubblico? Chi è. Anche qui, possiamo sederci e iniziare a parlarne senza approdare a una definizione univoca.

E allora?

I rischi di chi scrive

Quali sono i rischi per chi scrive?
Nessuno ci pensa o ci bada troppo. Si è affascinati dalla prospettiva di scrivere una storia, e non si scorge altro. In fondo, si viene conquistati dall’idea di essere onnipotenti (ecco il primo errore).

Di produrre qualcosa di perfetto (secondo errore).

Di considerarsi degno della massima considerazione e di poter pescare a piene mani dalla propria esperienza (terzo errore).

Lo ripeto spesso: i personaggi sono persone serie, e chi ne scrive deve avere il loro livello di serietà. Significa che non se ne può disporre come meglio si crede. Non sono pupazzi. Lo so, è scomodo da accettare, ma è così. Chi scrive ha un ego smisurato e per questo o riesce a metterlo un po’ sotto chiave, e fa spazio appunto ai personaggi.
O sono guai.

La perfezione non esiste. Anche Tolstoj o Zola sbagliavano. Lo so che certi critici scrivono “In quest’opera l’Autore ha raggiunto la perfezione”. Si fanno abbagliare dalla loro passione, dall’affetto per quell’autore. Sbagliano pure loro, certo.

Meglio avere altre ambizioni, anzi, un’ambizione più elevata. Per esempio, essere onesti.

E attenzione all’esperienza. Alla fine il pericolo è di credere di raccontare una storia, mentre ci si limita a fare un banale resoconto di quello che si è vissuto. Senza mettersi in gioco, esatto.

La letteratura di Topo Gigio

“Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto”.

Lo scrive Flannery O’Connor, ed è bene ripescare certe affermazioni quando… Adesso.

In questo momento mi dicono che ci sono trasmissioni televisive dove gli scrittori affermano che non possono scrivere di violenza perché loro sono contro la violenza.

Una letteratura popolata di Topo Gigio e Ape Maia è quello che ci vuole, in effetti.

Qui si ha una confusione in testa spaventosa. Chi scrive crede che basti interrogare se stesso e via. Per costoro, scommetto che la realtà è quella che essi hanno vissuto, e nient’altro. Quindi buona parte della letteratura (e non parlo solo della fantascienza), possiamo serenamente accompagnarla verso l’uscita perché… È tutta roba inventata. Non è agganciata alla realtà, anzi, non è proprio realtà perché l’autore si è inventato tutto. Non ha vissuto quello che scrive.

Dostoevskij non ha ammazzato alcuna vecchia (ma sarebbe comunque da mettere al bando perché è così violento). L’aspetto che sbigottisce è però un altro: che a quanto ho capito, questo modo di agire viene incoraggiato.

È così che si fa. Per quale ragione?

Per prima cosa, perché è facile. Quando si impone la sciatteria come modello, diventa alla portata di (quasi) tutti adottarla e farci dei soldi. Ma è solo apparenza: non è affatto alla portata di chiunque, ma solo di pochi fortunati. Estratti a sorte, o che entrano nei circoli giusti, quelli che contano.

Soprattutto, è essenziale che la letteratura si adegui e smetta di essere così fuori dal coro. Certo, non sarà mai possibile annichilirla, ma renderla un distante rumore di fondo, che non disturba la digestione: quello sì.

Fondamentale inoltre che non induca a pensare che forse c’è quella cosa che, sì, insomma, come si chiama… Il mistero. Questo deve passare sotto silenzio, a tutti i costi, perché allora davvero la digestione si interrompe. Si dorme male e sale l’acidità di stomaco.

È tutto qui, è chiaro ed evidente. Non ci manca nulla. Se qualcosa rosicchia e sgretola certe apparenze, è solo perché non sappiamo ancora abbastanza, ma basta essere pazienti. Troveremo tutte le risposte. Perché conosceremo le domande, e basterà fare solo quelle. Nient’altro.

 

Una bussola per non perdersi

Cosa rende una storia capace di sedurre il bravo lettore? Quali gli ingredienti in grado di prenderlo al lazzo, e trascinarlo nelle pagine fino all’epilogo?

Costruire un mondo è una fatica notevole, ma non è sufficiente. Non solo deve avere le sue leggi e rispettarle (e se le infrange, bisogna fornire dei motivi convincenti).
Soprattutto, deve fornire a chi legge una bussola per non perdersi.

Questo dimostra come possedere titoli di studio, o una padronanza assoluta della lingua, non sono quasi mai elementi sufficienti. Bisogna andare da qualche parte, indicare una destinazione.
Meglio ancora: la direzione è bene che non si veda.

Scrivere non è piantare segnali stradali che indichino la direzione. Questa ci deve essere (mi contraddico? Solo in apparenza) ma agire come un fiume carsico. L’ideale è quando questa si disveladopo, una volta che la lettura è finita. Magari settimane dopo.

Rientri in metro a casa e d’un tratto comprendi che quella storia non era solo un insieme di personaggi ed eventi raccontati con maestria dall’autore. Ma questi elementi, hanno depositato in te qualcosa che deflagra.

La direzione d’un tratto è chiara. La superficie delle cose ha mostrato tutta la sua meschinità e impotenza, e si aprono le porte a qualcosa che vive e respira dietro. Il mistero. Il pozzo nero che nessuna “educazione” o scuola sarà mai in grado di domare.

Scrivere è anche questo. Indicare una direzione perché il lettore non giri a vuoto, e nemmeno la storia.

Avere più tempo

Come si presenta un personaggio? Male, si capisce: e non può essere altrimenti. Quando appare, è poco più di un reperto, una specie di rottame di un disastro epocale. E inizia il lavoro di recupero, una faccenda sporca e durissima.

Lui non può fare molto, a parte esserci, e ricordare. È un reperto. Quando si racconta una storia, essa è già “storia” quindi è passata, finita, si è verificata e tutto si è concluso. Questo sembra una sciocchezza, in realtà è fondamentale ricordarsene. Si ha a che fare con una materia che possiamo definire morta.

È orribile? Lugubre? Può darsi.

Il punto è: perché parlare di cose morte? Perché quelle vive quando le pensi, sono andate. Anch’esse diventano passato prossimo, remoto, infine non rimane nulla.

Perché lo facciamo, non è in fondo essenziale. Sappiamo solo che dobbiamo farlo perché adoriamo le storie. Forse è qualcosa che ci è rimasto da quando eravamo nelle savane africane, iniziavamo a usare la testa, il linguaggio, e si narrava. Di caccia soprattutto.

Il solo modo per ricordare che siamo stati qui, è raccontare forse. E qualcuno, forse, ci ascolterà. Non saremo passati invano.

Il punto non è questo, e mi rendo pure conto che esiste il rischio di scivolare nella filosofia: e non ho tali capacità. Di certo, siccome si maneggia un reperto, occorre enorme cura. Disciplina. Scovare le giuste parole perché quello che abbiamo scovato, sia compreso da chi lo vedrà, lo leggerà. La cura per la scelta delle giuste parole è soprattutto questo: permettere a chi legge di comprendere con che cosa a che fare.

Più il tempo passa, più mi rendo conto che sarebbe necessario più tempo per scegliere le parole: ma mi manca. Certo, faccio quello che posso. Potrei fare di meglio, se soltanto potessi, ma non ce la faccio. Ci penso su parecchio, e questo mi sta bene.

Poi penso che se avessi più tempo, lo sprecherei. Non sarei sotto pressione e forse finirei per perdermi. O forse mi sono già perso.