Video – Il Manifesto di Dostoevskij. Ovvero…

foto marco freccero

 

di Marco Freccero – Pubblicato il 4 ottobre 2018.

 

Ma come? Fedor Dostoevskij ha scritto un manifesto? In che senso? Quando? Perché? E soprattutto: di che cosa si tratta?
Per trovare le risposte a queste domande c’è solo una cosa da fare: guardare il video.
Buona visione.

Continua a leggere

Candele gialle per Parigi (Romanzo di Bruce Marshall – Video)

 

candele gialle per parigi

 

“Candele gialle per Parigi” è il titolo di un romanzo dello scrittore scozzese Bruce Marshall. È stato pubblicato nel 1996 da Jaca Book e la traduzione è di Margherita Santi Farina.

Un tempo piuttosto celebre (da un paio di suoi romanzi sono stati ricavati dei film), Bruce Marshall è di fatto caduto nel dimenticatoio. Prima di scendere nei particolari: è un buon romanzo, però non si tratta di un capolavoro assoluto.

Tra “Fontamara” di Ignazio Silone e questo: vince “Fontamara” “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez e questo: vince Garcia Marquez. Io però vorrei essere in grado di scrivere un romanzo del genere.

La storia è ambientata a Parigi, tra il 1934 e il 1940. Sono anni tumultuosi per quel Paese, uscito sì vincitore dalla Prima Guerra Mondiale, ma con problemi che non sa risolvere. Il protagonista è un piccolo contabile con moglie (malata), e figlia, che deve aiutare i suoi capi a evadere le tasse, a spostare i soldi in Svizzera perché la situazione economica è seria e quella politica non è da meno.
Intanto in Germania Hitler si prepara…

Tutto è visto dalla prospettiva di un contabile che “vorrebbe”; ma non può. Vorrebbe dire quella cosa al suo capo; ma non può.
Vorrebbe essere più buono; ma non può.
Vorrebbe dire ai suoi amici del bar quello che davvero pensa; ma (tanto per cambiare), non può.
Attorno a lui, altri che vogliono, ma soprattutto persone che agiscono. Fanno e disfano, mentre quelli che vorrebbero si limitano ad assistere e ad assentire.

Fino a quando non arriva la guerra. Parigi è evacuata. La linea Maginot che avrebbe permesso ai francesi di “dormire tra due guanciali” non ferma l’invasione. Si fugge. Il Paese precipita nel caos. Petain, considerato da un po’ tutti un galantuomo che non era immischiato negli affari degli altri politici intrallazzatori, firma l’armistizio con le truppe naziste. È la fine (il romanzo si ferma al 1940: ci saranno ancora 5 anni di guerra).

Questo romanzo illustra la condotta dei diversi personaggi, che di fatto non muta nemmeno quando arriva la fuga dalla grande città. Soprattutto il protagonista, il piccolo contabile, pare come un fuscello in balia degli eventi. Dopo la morte della moglie, la figlia infine cresce, si sposa, sta per partorire quando si deve abbandonare Parigi e riparare in provincia. Ma lo Stato è saltato, nessuno sa più bene che cosa fare: lui deve rientrare in città perché il suo ruolo nell’azienda (coinvolta nella produzione di armi), è cruciale. Rientra a Parigi per sentire che i tipi come lui devono abbandonare in tutta fretta la città.

Ma che cosa rende Bigou (il protagonista), interessante?

Magari combina qualcosa di eroico? Nulla del genere. Il cuore di questa storia, probabilmente, è che le persone, tutte, trascinate volenti o nolenti nel conflitto, restano uguali a se stesse. Solo quando nel granaio la figlia partorisce, per qualche istante c’è una serenità tra le persone coinvolte, e tutte ormai decise a salvare la propria pelle, che è come un bicchiere di tè caldo in una fredda giornata invernale.

Bruce Marshall non intendeva affatto pontificare sulla bellezza della guerra. Semmai voleva constatare come tutte le difficoltà, e la più spaventosa tra di esse è di sicuro la guerra, mettessero in luce quello che per le persone conta davvero. Ma la rivelazione, se così possiamo definirla, non è straordinaria. Non siamo alle prese con un miracolo, una riscossa, o chissà cos’altro.
Quando tutto crolla, anche i frammenti di umanità, di bontà, che si trovano all’improvviso, in maniera inaspettata, sono essenziali. Questo romanzo, un po’ come Diogene, li recupera e li indica. In maniera sommessa, tranquilla.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

 

Video – Il giocatore di Dostoevskij: non lo conosci?

 

Ma davvero non conosci “Il giocatore” di Fedor Dostoevskij? Che peccato. Ma c’è sempre un rimedio. Per esempio: puoi guardare questo video dove ne parlo.

Buona visione!

 

Un russo meschino, ubriacone, vigliacco e ladro, ma autenticamente russo, fedele alla sua terra e alla sua religione, sarà sempre superiore a qualunque francese scettico, ateo e onesto che si definisce “uomo” solo perché crede nel progresso e nella morte della religione.

C’è tutto questo e molto altro nel romanzo “Il giocatore” di Fedor Dostoevskij. Editore Garzanti, mentre la traduzione è a cura di Gianlorenzo Pacini e l’introduzione di Fausto Malcovati.

Ho detto Dostoevskij: giù il cappello!

La storia è narrata in prima persona da un giovane che fa parte di una specie di “corte”, che si trova in una immaginaria città tedesca, dove a spiccare è “il generale”. In questa città ci sono case da gioco e roulette e il generale spende e spande, si rovina insomma, come facevano molti possidenti russi di quell’epoca nelle case da gioco dell’Europa intera. Il giovane non conosce il gioco, ma imparerà presto.
Quindi il primo, superficiale livello di lettura è quello che spinge a dire:

“Ci troviamo di fronte a un’opera contro il demone del gioco!”.

No.
Dostoevskij ha altro per la testa perché quella situazione “estrema” gli permette di cogliere 2 piccioni con una fava. Ha insomma, altro da dire che le stupide denunce da rotocalco; per esse ci sono appunto le inchieste giornalistiche. Lui è uno scrittore, un romanziere. Punta molto più in alto.

Prima di capire che cosa voleva scrivere davvero Fedor, riflettiamo su quanto gli era accaduto.

“Il giocatore” viene pubblicato nel 1866. Nel 1849 Dostoevskij era stato arrestato, condannato a morte, graziato di fronte al plotone di esecuzione e quindi spedito a scontare la condanna in Siberia.

Per farla breve, quando scrive quest’opera lui da un pezzo ha detto “Addio” a quelle idee che lo avevano attratto e forse sedotto: le idee socialiste. Lì non c’è nulla di buono.

Ma in questo romanzo, astutamente, il buon Fedor non prende di mira e di petto esse; fa molto di meglio.
Perché mette alla berlina (e sotto accusa): l’Europa.

Ricordiamoci che Fedor ormai non guarda più all’Europa come faro di progresso e di civiltà. Lo fanno le élite russe (che lui disprezza, contraccambiato), che bramano a tutti i costi a una sorta di trapianto di Francia sul corpo moribondo e troglodita dell’uomo (e della donna), russi. Solo le idee che provengono dall’Occidente salveranno la Russia e la porteranno nel secolo della civiltà e del progresso.

Il resto? Il resto deve bruciare.

Dostoevskij adesso ha occhi solo per il popolo russo, la sua fede e la sua saggezza. Conosce i drammi della sua nazione, ma crede con forza che la salvezza non arriverà mai dall’Occidente (da lì solo rovina), che propala le idee socialiste, atee, e che considera la religione ortodossa un fardello di cui liberarsi al più presto per gettarsi, finalmente, nelle braccia del progresso che tutto risolve, tutto appiana, tutto consola.

La salvezza dice Fedor, è già in Russia, già agisce in terra russa: la salvezza è la Russia stessa, ma solo se saprà rivolgersi non a idee “esterne”, ma alla sua fede cristiana.

Dostoevskij con “Il giocatore” sposta il terreno dello “scontro” nel territorio del “nemico” (l’Europa); in quell’area geografica coi “polaccuzzi”; i “francesuzzi”; i tedeschi tra i più stupidi popoli del mondo.

Attenzione: questo suo “attacco” all’Europa è anche un attacco a quei russi, ricchissimi, che perdono tempo e sperperano denaro. Qualche riga fa avevo detto che con questo libro Fedor coglie 2 piccioni con una fava.

L’altro piccione è appunto il russo che se ne va all’estero a sperperare. Il russo ricco ma ottuso, che diventa agli occhi dei progressisti europei un clown, un pagliaccio che scialacqua; perfetto esempio della vecchia Russia che deve bruciare, morire, sparire dalla faccia della Terra. Ma: questi progressisti europei non possono fare a meno di scodinzolare di fronte a queste caricature: perché hanno il denaro. Lo gettano nella case da gioco certo, ma qualcosa finisce loro in tasca.

Questi russi “ridicoli”, che lui tratteggia con mano chirurgica e cattiva, hanno però un pregio che gli europei non hanno. Non è solo l’essere russi, (ovviamente).
Essi hanno il grande animo tipico dei russi. Il che è molto dostoeveskijano. Il russo che non perde mai il contatto con la sua terra è, nella sua bassezza, un gigante rispetto a qualunque altro miserabile che striscia sulla superficie del mondo.

Rispetto ai polacuzzi, ai francesuzzi con le loro idee socialiste, troneggia; ed è ancora più grande di quei russi che hanno rinnegato la loro terra e la fede per abbracciare l’ateismo e il progresso dell’Occidente.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane.


Scopri gli altri miei video su YouTube: clicca qui (e iscriviti gratis).

Video: Babylon A.D. – Fantascienza, giallo, thriller

Buona visione!

 

 

In un futuro molto prossimo che in realtà è già iniziato, probabilmente, avremo un appuntamento molto importante con una mutazione che cambierà per sempre il corso dell’umanità. Questo, più o meno, il succo del libro di cui parlerò oggi.

Il romanzo si intitola “Babylon A.D.”, lo scrittore è il francese Maurice G. Dantec e l’editore è Hobby & Work. La traduzione invece è a cura di Luigi Bernardi. In Italia è stato pubblicato nel 2008. Esatto: si tratta di un libro uscito da 10 anni, che in Italia non ha avuto molto successo. Come sai, io vado spesso a caccia di libri che non hanno avuto molto riscontro.

In Francia invece il successo fu tale che ne fu tratto un film per la regia di Mathieu Kassovitz (regista di film come “L’odio” e “I fiumi di porpora”), e con Gerard Depardieu e Vin Diesel. Sì, il protagonista di “Fast & Furious”. In Italia, nonostante il fiasco della pellicola, ri-tradussero il titolo: Da Babylon Babies a Babylon A.D.

Di che parla.

Scritto nel 1999, è ambientato nel 2013, in un mondo stremato dai conflitti. La Cina è piombata nella guerra civile e le mafie russe, cinesi e chi più ne ha più ne metta, si spartiscono traffici di tutti i tipi. In questo panorama emerge un mercenario della guerra nella ex Yugoslavia, Toorop. Costui era il protagonista del primo romanzo di Dantec, “La sirena rossa”. E anche l’amico Ari, presente in quel primo romanzo, fa capolino pure qui: solo che è morto.

Altro personaggio che era presente nel secondo romanzo di Dantec dal titolo “Le radici del male”: lo scienziato Darquandier.

Toorop viene incaricato di una missione all’apparenza semplice: deve scortare della merce sino in Canada, con altri 2 mercenari, un uomo e una donna. Lì riceverà le istruzioni su come completare la consegna. La missione è affidata a lui da esponenti di spicco della mafia russa con mani in pasta in tutti i campi più redditizi, che stanno cercando di diversificare le loro entrate. Infatti armi, droghe, droghe sintetiche non bastano più. Occorre sempre esplorare nuovi ambiti per fare i soldi velocemente.

Toorop accetta.

Ah, la merce è provvista di 2 braccia, 2 gambe e una testa. Si tratta di una giovane donna affetta da schizofrenia. Ma ben presto Toorop, e il suo intermediario, capiscono che quella donna trasporta qualcosa: o qualcuno?

Forse virus letali di nuova generazione?

Oppure animali mutanti messi a punto in segreti laboratori lontani dai regolamenti inutilmente severi dell’Onu?

O forse Marie Zorn, la giovane donna, trasporta dei feti umani di nuova generazione, una generazione che mandarà in pensione l’Homo sapiens che sarà sostituito dall’Homo Neuromatrix. Un nuovo essere che userà il corpo solo come ambiente ideale per consentire alle intelligenze artificiali di impiantarsi ed evolvere verso un superiore livello di intelligenza. E parlare, forse, a tu per tu con Dio.

È un libro davvero impegnativo. Sono 500 pagine di caratteri abbastanza piccoli, altrimenti saremmo oltre le 800. Si tratta del classico romanzo mondo, dove ci sono armate che si affrontano sui corsi d’acqua cinesi, sette che organizzano nuovi culti, scontri tra bande di motociclisti, anaconde clonate, macchine che non si distinguono dagli esseri umani, angeli, riflessioni sulla scizofrenia vista non come patologia ma come indispensabile via da percorrere per giungere a un sapere superiore, sciamanesimo, cambiamenti climatici, e molto altro ancora.

Dantec tenta con successo (ma secondo me a volte è davvero prolisso), di riflettere su che cosa è l’essere umano e che cosa lo rende così peculiare. E lo fa puntando la sua attenzione sulle ricerche genetiche, sulla clonazione, sulle intelligenze artificiali e la naturale convergenza tra carne, e macchine. E l’inevitabile trasformazione dell’uomo e della donna che comporterà questa “fusione”.

Già adesso e da qualche anno, si parla di clonazione di esseri umani, di manipolazioni genetiche non solo per eliminare certe malattie; ma per produrre esseri umani in serie per soddisfare le esigenze di chi… avrà i soldi. Per Dantec è il post-umano, e la scienza onnipotente che sferreranno l’attacco forse mortale all’umanità.

Perché quando si parla di intelligenza artificiale, per esempio, non si parla di una intelligenza come la nostra. Ma di mettere a punto un’intelligenza superiore alla nostra. Questo è l’obiettivo che tanti centri di ricerca hanno, ma non lo dicono.
E siccome leggi e regolamenti non fermeranno queste ricerche: il futuro che Dantec prevede forse già in parte è realtà.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!


Scopri gli altri miei video su YouTube: clicca qui (e iscriviti gratis).

Il romanzo sul terrorismo di Joseph Conrad

 

 

Il signor Verloc è un marito onesto e commerciante sfuggente nella Londra di inizio Novencento. Quello che tanti ignorano è che nel suo piccolo negozio un po’ dimesso lui offre asilo a un gruppo di anarchici che si riuniscono di sera per sognare attentati e rivoluzione.
Quello che pochissimi sanno è che lui fa il doppiogioco. In realtà è un agente segreto di una potenza straniera.

“L’agente segreto” è un romanzo dello scrittore polacco naturalizzato inglese Joseph Conrad, conosciuto per opere come “Cuore di tenebra” o “La follia di Almayer”. L’editore è Newton & Compton, mentre la traduzione è a cura di Annagrazia Bassi.

Il signor Verloc viene convocato dall’ambasciatore di questa potenza straniera dell’Est Europa. Se vorrà continuare a ricevere lo stipendio dovrà fare di più e meglio. Cosa? Organizzare un attentato, ma non contro le istituzioni politiche, né quelle religiose perché un simile atto al di là del clamore iniziale, finisce per essere inghiottito dalla noia e dall’indifferenza. L’attentato dovrà avere come oggetto la scienza. Per questo l’obiettivo sarà il parco di Greenwich, dove ha sede l’Osservatorio Reale.

Il nostro protagonista, oltre alla moglie e alla suocera, vive con il giovane cognato, un ragazzo con dei problemi mentali del tutto incapace di badare a sé stesso e facilmente impressionabile. Questo giovane col tempo ha sviluppato una sorta di timore reverenziale e ammirazione per Verloc, e fa tutto per lui. Proprio tutto.

Anche portare la bomba all’Osservatorio Reale di Greenwich; ma inciampa in una radice, cade, innesca la spoletta contenuta in un contenitore, e muore dilaniato.

Cominciamo col dire che la scrittura di Conrad è sempre generosa, traboccante, per alcuni eccessiva. Io ho sempre immaginato che mentre scriveva pensasse: “Cari inglesi, io sono polacco ma so scrivere meglio di voi, zoticoni che non siete altro!”.

Credo che “L’agente segreto” sia tante cose; ma soprattutto rappresenti bene a cosa conduca l’eccessiva fiducia che si pone negli altri.
Stevie, il giovane cognato, si adegua, fa quello che gli dicono, la sorella innanzitutto, e poi proprio il signor Verloc, che lo trascinerà alla rovina, pur non volendolo.

Ma forse il vero regista di tutta questa storia non è l’ambasciatore della potenza straniera, che avvia tutto. Né la polizia che si mette sulle tracce degli anarchici. E nemmeno gli anarchici, che Conrad dipinge come parolai che vivono in un mondo ideologico sognando o di farsi esplodere, per rimarcare la loro superiorità su ogni legge o ordine; o di rendere migliore il mondo scrivendo la propria autobiografia.

No: forse il burattinaio inconsapevole è la signora Verloc. Una donna pratica, coi piedi per terra, che ha finito per sposare il signor Verloc più che altro per assicurare al fratello e alla madre, un futuro senza pensieri.

Col suo piglio preciso, concreto, la sua grande fiducia nel marito, e nella bontà delle proprie decisioni (ha rinunciato al possibile matrimonio con un giovane perché il padre di lui non voleva essere imparentato con Stevie, suo fratello), non ha bisogno di osservare la realtà. Si illude che tutto sia come appare.

Certo: vede questi anarchici che si riuniscono in casa sua. Ne ascolta appena i discorsi; si accorge dell’innamoramento di uno di essi nei suoi confronti. Ma non ci bada. È persuasa che il marito abbia la testa sul collo, e che nulla possa andare male. Invece tutto andrà malissimo.

Una storia sulla fiducia cieca dunque, capace di portare un individuo a ignorare quello che accade attorno a lui, salvo poi aprire gli occhi quando l’irreparabile accade. E da lì in avanti, ci sarà spazio solo per altri atti irreparabili.

Come sempre alla prossima e sino ad allora: Non per la gloria, ma per il pane.


Iscriviti al mio canale YouTube.